17/06/1999 - La storia di Nabuc

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17/06/1999

Rassegna stampa
IL MATTINO
17 Giugno 1999
UNA NUOVA RIVISTA
Nabuc, storie di ordinaria follia
Racconti, lettere, poesie.
È nato un bimestrale prodotto dalla cooperativa dei ricoverati nell’ospedale psichiatrico di Aversa
Antonin Artaud, una notte, nella stanza del manicomio nel quale era da tempo rinchiuso tra un elettroshock e l’altro, prese una penna, un foglio di carta e scrisse al suo psichiatra: "Prevaricare, segregare, legare, imbavagliare, impillolare, violentare, mortificare le persone... strana maniera di curare un uomo, cominciando con l’assassinarlo".
Con questa dedica al geniale autore francese del "Teatro e il suo doppio", si apre "La storia di Nabuc", la nuova rivista edita e prodotta dalla cooperativa degli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, una struttura che ospita 140 ricoverati, di cui una trentina collabora attivamente alla redazione del bimestrale con racconti, lettere, calembours, poesie e altre storie di ordinaria follia. Leggere "La storia di Nabuc" - presentata martedì all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici da Adolfo Ferraro, direttore dell’Opg di Aversa, Sergio Piro e Enzo Moscato - significa entrare in un universo magico, dove la "cognizione del dolore" abbraccia solitudine e umorismo, disperazione e poesia, cronaca e fantasia, sofferenza e gioco. "Mi hanno solo imbottito di farmaci - scrive uno dei ricoverati di Aversa - così riuscivano a calmare la mia mente, ma il problema alla base restava. Ho incontrato altri psichiatri, sempre medicine". Dopo nove anni di reclusione in ospedali psichiatrici lo stesso Artaud era giunto ad una conclusione ancora più drastica: "Se non fossero esistiti i medici non sarebbero mai esistiti i malati", disse. Ed è proprio nella messa in crisi del concetto di malattia che la rivista si propone di rappresentare il disagio come "espressione dell’esistenza" anziché "sintomo di una patologia". Adolfo Ferraro, durante la presentazione, ha sottolineato l’importanza della comunicazione creativa come alternativa ad una terapia esclusivamente basata sui farmaci. "Nel nostro istituto abbiamo, oltre alla redazione della rivista, un laboratorio di colori, la musicoterapia, il teatro, un’area verde, spazi dedicati al recupero dell’espressività". Ma, a vent’anni di distanza dalla legge Basaglia, voluta dal Movimento Democratico Salute Mentale, se nel complesso la situazione può dirsi migliorata, alcuni manicomi pubblici e molti istituti privati, nonostante la 180, restano ancora aperti. Ancora oggi, nei reparti di diagnosi e cura vengono usati camicie di forza e fasce, per non parlare della contenzione ottenuta con mezzi chimici come i neurolettici. E soprattutto la struttura dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è rimasta identica ai manicomi criminali di un tempo. Lo stesso Ferraro ha parlato della necessità di superare da un punto di vista legislativo l’ambiguità concettuale di questa istituzione che Sergio Piro ha definito una "fortezza inaccessibile, basata sulla commistione tra pena e cura". Tra le proposte di trasformazione dell’Opg dei ricoverati raccolte nella rivista c’è chi lo vorrebbe come un palazzetto dello sport, chi come un agriturismo - dove le guardie mungono le pecore e i malati vengono curati a base di latte di capra e vino Cannonau - chi come "La Pensione Castello", con "cameriera in minigonna e 40 pacchetti di Nazionale su ogni tavolo". A riassumerle tutte, è la richiesta di chi lo vorrebbe semplicemente un luogo dove "le persone fossero trasformate in Esseri Umani". "La maggior parte dei nostri pregiudizi sui "diversi" - ha detto Piro - nascono perché traduciamo il loro discorso nel nostro dizionario ristretto e limitato, che consideriamo come una norma universale. Così, assecondando l’ideologia repressiva di massa, consideriamo il pazzo come un essere incomprensibile. Ho passato tutta la mia vita a dire che non è così: il pazzo è un "maestro" e se solo deciderete di seguirlo, aprirà nuovi orizzonti al vostro mondo convenzionale. Nella mia lunga carriera di psichiatra ho imparato moltissimo dai miei pazienti". Enzo Moscato, alla fine della presentazione, ha letto alcuni brani della rivista, dando voce e corpo a quella che lui stesso ha definito "la fantasia al lavoro" dei ricoverati di Aversa.
F. C.
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