+

PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA: Dott. Massimiliano De Somma - PSICOTERAPIA NAPOLI - Rassegna stampa - Nella gabbia dei rei folli - Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta

Dott. Massimiliano De Somma
Vai ai contenuti
Documenti > Rassegna stampa

RIVISTA DEL VOLONTARIATO

Gennaio 2003


Nella gabbia dei rei folli
Viaggio nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, dove il trattamento non esiste e la lunghezza della pena è incerta



Chi entra per la prima volta nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa non ha dubbi. Malgrado l’etichetta di ospedale questo non è un luogo dove la gente viene per curarsi. Lo dicono le sbarre alle finestre, i padiglioni chiusi, gli agenti di polizia che dal gabbiotto dell’ingresso alle scale, ai piccoli viali del parco, all’area verde costituiscono un elemento costante del paesaggio.

Lo confermano, inequivocabili, i numeri: 6 medici di base, 6 psichiatri, 2 psicologi, 73 infermieri, contro circa 100 poliziotti. Lo afferma a chiare lettere il direttore, Adolfo Ferraro, psichiatra, che dichiara senza troppi peli sulla lingua: «L’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, come tutti gli opg, era ed è un deposito per tutti coloro che creano problemi all’interno della società. Non scontano una pena, perché non possono ritenersi colpevoli dei reati che hanno commesso, ma vengono rinchiusi come misura di sicurezza, in quanto potrebbero reiterare i crimini che li hanno portati davanti ai giudici».

Così dall’Ospedale psichiatrico giudiziario non ci si aspetta né la cura né la riabilitazione, ma semplicemente un sano isolamento dettato dal pericolo che i degenti possono rappresentare per la società.

Per questo, a differenza delle carceri, negli Opg vige l’incertezza della pena. Infatti, proprio perché non punibili, in quanto dichiarati incapaci di intendere e di volere, i ricoverati/carcerati non sono condannati a una pena in senso stretto, ma vengono sottoposti a una misura di sicurezza che a seconda del reato commesso e del parere del giudice giudicante può essere di 2, 5 o 10 anni. Al termine dei quali sarà ancora il giudice a esprimersi sul loro caso e la loro condizione futura. «Li chiamano ergastoli bianchi», dice Massimiliano De Somma, psicologo, volontario dal 1998, da quando ha fatto la sua tesi di laurea sull’Opg e poi vi svolto il tirocinio e ha cominciato a coordinare “Nabuc”, il giornalino interno. «Perché alcuni di cinque anni in cinque anni qui dentro ci passano la vita».

Dei delitti e delle pene

Ci troviamo, dunque, di fronte a situazione molto complessa, dove spesso malattia mentale ed esclusione sociale si sommano, si moltiplicano e si confondono. Ma proviamo ad andare per ordine. Nei 6 Ospedali psichiatrici giudiziari esistenti in Italia risiedono, secondo una ricerca effettuata dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria datata al 12 marzo 2001, 1.282 persone, di cui 180 si trovano ad Aversa. E di questi 1.282 il 45,7% si è macchiato di reati terribili come l’omicidio volontario, l’8,5% di lesioni personali volontarie, mentre altri hanno alle spalle colpe molto meno gravi. Basti pensare che il 5,3% è accusato di maltrattamenti familiari e il 2%, pari a 26 persone complessive, di resistenza a pubblico ufficiale. Ed è la stessa ricerca ad affermare che se l’80% dei ricoverati costituisce effettivamente un pericolo sociale, «i reati minori rappresentano il 20%». Mentre il 5% dei casi non risulterebbe nemmeno rilevante in termini di pericolosità.

Insomma, come spiega chiaramente Adolfo Ferraro, «dopo la chiusura dei manicomi sancita dalla legge 180 del 1978, la maniera più semplice per liberarsi di una persona difficile da gestire è diventata la denuncia. Così molte famiglie che si trovavano nell’impossibilità o nell’incapacità di fronteggiare la malattia mentale sono ricorse all’extrema ratio di allontanare i loro familiari denunciandoli». Ma la cosa non finisce qui, perché può capitare – e capita effettivamente – che anche dopo due anni, anche una volta accertato l’estinguersi della pericolosità sociale, si resti “dentro” perché fuori non vi né una famiglia né una struttura sanitaria territoriale disposta ad accogliere il vecchio paziente. Ma si capisce che neppure prima di impazzire gli ospiti dovevano avere una vita tanto facile. Basta guardare la situazione di Aversa attraverso le fredde statistiche del Dap: dei 188 uomini presenti nel 2001, ben 132 non erano andati oltre le scuole medie inferiori e, tra questi, 4 non avevano finito neppure la terza media e 3 erano addirittura analfabeti.

Per volontà dei volontari

L’Opg di Aversa è sporco ed è stato più volte additato dalla stampa per le sue scarse condizioni igieniche. «Tutti quelli che vengono qui sono prevenuti e cercano le cose che non vanno», dice il direttore. «Ma se vogliono gliela faccio vedere io stesso l’immondizia. Lo sappiamo tutti, certo che lo sappiamo, ma il problema è che gli ospedali psichiatrici giudiziari seguono i regolamenti dell’Amministrazione penitenziaria e ricalcano i regolamenti delle carceri. Così anche qui, come all’interno del carcere, le pulizie sono a carico degli stessi detenuti, perciò si può immaginare come vengano fatte. Per fortuna ultimamente siamo riusciti ad ottenere di poter ricorrere ad una ditta esterna, che speriamo migliorerà l’igiene».

E poi c’è la questione dei trattamenti che l’amministrazione non prevede. I medici e gli psichiatri bastano solo per l’ordinario, e il trattamento inteso come cura non esiste. Infatti i due psicologi previsti non solo lavorano per un totale di appena 32 ore a settimana, ma sono talmente impegnati dalla stesura dei rapporti da presentare ai giudici che non hanno un minuto di tempo non solo per dedicarsi a qualche forma di psicoterapia, ma neppure per prestare un po’ di ascolto a chi ha bisogno di parlare. Perciò ai trattamenti ci pensano esclusivamente i volontari, che però non possono entrare nei sei reparti in cui è diviso l’Opg. Possono invece adoperare un apposito padiglione, deputato alle attività trattamentali, che devono essere svolte alla presenza di almeno un agente di custodia e che, oltre alla realizzazione del giornalino “Nabuc”, comprendono una serie di laboratori. Tra questi quello di colore e di informatica, quelli appena terminati di teatro e musicoterapica, e altri mai pienamente decollati come la ceramica e la sartoria. Ma secondo Massimiliano De Somma, tutte le attività nel loro complesso non coinvolgono più di una cinquantina di persone. Le altre, rinchiuse nei reparti, appaiono a una distanza siderale.

Il luogo più bello dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è l’area verde, dove in 8mila metri di terreno si allevano e si curano animali. È stato pensato non tanto come pet terapy, ma per riportare le persone, che in moltissimi casi provengono da ambienti contadini, a una dimensione conosciuta e familiare, contribuendo in questo modo a recuperare l’identità. Per questo ci sono le pecore e le capre, i conigli, le oche e le galline. 300 animali in tutto, tra cui alcune specie rare come le anitre mute e i germani reali. Al principio si era pensato di curare gli uccelli feriti e rimetterli in libertà nelle oasi naturali, e questo sembrava una sorta di metafora di buon augurio per quello che un giorno sarebbe potuto accadere realmente all’interno dell’Opg. Così a un certo punto, in accordo con il Wwf, i germani reali sono stati rimessi in libertà nel bosco degli Astroni ad Agnano, a 50 chilometri da Aversa. Ma poi quegli stessi germani sono misteriosamente riapparsi nell’area verde. Non si erano trovati bene nel bosco, “fuori” non era più fatto per loro.

La voce di Nabuc

“Nabuc” è il giornale dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, che viene distribuito per abbonamento e ha cadenza – se tutto va bene – bimestrale. «Quando è nato, nel 1998, somigliava a tutte le altre pubblicazioni provenienti da realtà analoghe dove a scrivere erano gli operatori, e i contributi dei degenti venivano raccolti nei reparti», racconta Massimiliano De Somma, solerte volontario e psicologo che trascorre tre interi giorni a settimana tra le mura dell’Opg e che, insieme a quattro altre volontarie psicologhe, le dottoresse Mena Petrazzuolo, Emma Cecere, Rosa Simone ed Emanuela Roca, e a 15 ricoverati, costituisce la redazione del giornale. Oggi invece le cose sono cambiate, perché su Nabuc scrivono soltanto i degenti, adoperando un codice espressivo assolutamente spontaneo e non limato. Ma le riunioni di redazione di Nabuc non servono solo a progettare il giornale. «Costituiscono anche un gruppo di ascolto, perché nell’Opg manca assolutamente lo spazio per parlare e per farsi ascoltare», spiega De Somma.

Ma oltre a questo la partecipazione al giornale rappresenta anche un importante momento di informazione, intesa sia come circolazione di notizie e di informazioni all’interno, sia come comunicazione all’esterno. E alcuni dei servizi pubblicati sono veramente interessanti per comprendere la realtà delle istituzioni totali in generale e degli ospedali psichiatrici giudiziari in particolare. Due esempi per tutti: il numero monografico sulla sessualità e gli affetti del maggio 2002 e il servizio sul cibo e sul vitto pubblicato nel numero 13 del gennaio '91.

ANTONELLA PATETE



Napoli - Via Santo Strato a Posillipo, 14

Sant'Antimo (NA) - Via Antonio Gramsci, 12

Tel.:  338 744 58 62  

Torna ai contenuti