+

PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA: Dott. Massimiliano De Somma - PSICOTERAPIA NAPOLI - Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta

Vai ai contenuti

Menu principale:

- L'elefante incatenato

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta
Pubblicato da in Video ·
Tags: PsicologoPsicologoNapoliPsicoterapeutaPsicoterapeutaNapoli

L'ELEFANTE INCATENATO

Una storia al giorno, per comprendere meglio come siamo fatti, i nostri desideri e le nostre paure.

Pubblicato da Psicoterapia Napoli su Sabato 15 novembre 2014



- Il vero valore dell'anello

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta
Pubblicato da in Video ·
Tags: PsicologoPsicologoNapoliPsicoterapeutaPsicoterapeutaNapoli



- La vita è anche assenza

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta
Pubblicato da in Video · · Download La-vita-e-anche-assenza.mp4




- La libertà è fondamentale per chi segue una psicoterapia

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta
Pubblicato da in Psicoterapia ·
Tags: Psicoterapia

La libertà è fondamentale per chi segue una psicoterapia.
Libertà di esprimersi, di stare in silenzio, di rifiutare, di confrontarsi, anche libertà di interrompere il percorso analitico quando si vuole. È un fenomeno in parte naturale: il tempo rivela che alcuni hanno una scarsa motivazione, altri non vogliono realmente cambiare le cose, altri ancora temono il cambiamento intravisto, o non sono abbastanza fiduciosi e determinati, temono la reazione dei familiari, o non vogliono spendere soldi per se stessi. Sono tutte situazioni comprensibili, sia umanamente che psicologicamente, e rivelano il fatto che, al di là degli intenti iniziali, è meglio che l’equilibrio di queste persone, seppur precario o sofferto, rimanga tale.

Ma a volte capita che la terapia si interrompa proprio quando sta andando bene. C’è un’ottima alleanza tra la persona, che sta meglio rispetto all’inizio, e il suo terapeuta; stanno emergendo cose importanti che vengono ben elaborate; si intuiscono concrete possibilità di guarigione e di cambiamento; si percepisce l’arrivo di una nuova energia. Insomma la terapia sta davvero viaggiando bene. Eppure a volte accade che la persona, all’improvviso, esprima al terapeuta la sua volontà di interrompere, visto che “ormai le cose stanno andando bene” e che è giunto “il momento di farcela da soli”, quindi si sente “pronta” per fare a meno delle sedute.

Una psicoterapia è un lavoro psico-neurologico che va preso sul serio dall’inizio alla fine. Chi l’ha fatta senza crederci troppo non avrà grandi problemi nell’interromperla, perché nulla di lui o di lei si stava realmente trasformando, ma chi si è davvero messo in gioco, chi ha modificato parti di sé, non può lasciare le cose a metà. Certo, la pulsione a “farcela da soli” è comprensibile, ma va ricordato che già fare una psicoterapia significa essere autonomi: invece di appoggiarsi ad amici e familiari ci si fa carico di se stessi utilizzando uno strumento (la terapia appunto) per il quale si paga di persona con la fatica mentale, con l’investimento emotivo e con il sudato denaro. Un lavoro che nessun altro può fare al posto nostro.

Chiedi al terapeuta a che punto pensa che siate giunti nel percorso terapeutico. Con lui puoi fare una ricognizione degli obiettivi e valutare meglio che passi intraprendere. Se sei fermo nella tua decisione di smettere, non farlo di netto ma inizia a diradare un poco gli incontri, in accordo con lo specialista. Nelle restanti sedute racconta i sogni che fai in questo periodo. E inizia a tenere un diario su cui scrivere pensieri ed emozioni di questi giorni.

Cosa rischi se smetti all’improvviso

- Disorientamento e affanno dopo le prime difficoltà.
- Ritorno di vecchie paure e di comportamenti nevrotici.
- Rabbia, senso di colpa e senso di inadeguatezza.
- Ricaduta nel malessere, sfiducia nel futuro.
- Inizio di “pellegrinaggi” terapeutici senza risultati.

Cosa devi sapere, se decidi di interrompere la terapia:

-Datti più tempo per valutare.
L’interruzione di una psicoterapia nel bel mezzo del percorso non può essere decisa in un giorno. È necessario un po’ di tempo, almeno alcune settimane, per osservare se questo desiderio si ripropone identico. È anche importante, con il terapeuta, comprendere se si tratta di una vera voglia di autonomia o di una fretta che nasconde altri problemi.

-Non togliere fiducia a chi ti aiuta.
Se vuoi interrompere perché stai meglio, non destituire del suo ruolo chi ti ha aiutato a raggiungere questi risultati. Se il terapeuta non è d’accordo, avrà validi motivi che, quantomeno, vanno valutati con attenzione. Se poi smetti comunque, prenditi la responsabilità e non colpevolizzarlo del tuo eventuale fallimento.

-Il terapeuta non è uno pseudo-amico.
Se decidi di porre fine allaterapia per farcela da solo, fallo per davvero. Non instaurare col terapeuta un rapporto ibrido, mantenendo con lui un contatto pseudoamicale che ti consenta di fare terapia a piccole dosi in modo non ufficiale. Ce la puoi fare da solo se non inneschi questi rapporti di dipendenza.




- Troppi psicofarmaci ai giovani

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta
Pubblicato da in Patologie ·
Tags: psicologopsicoterapeutapsicoterapianapoliMassimilianoDeSomma



NAPOLI - Da un lato droghe e alcol, dall'altro l'incapacità di affrontare i problemi dell'adolescenza. Di qui, sempre più spesso, il ricorso da parte dei giovanissimi al supporto di psicologi o addirittura psichiatri. E un uso crescente di psicofarmaci. «Medicine prescritte con leggerezza», denuncia Antonella Bozzaotra (presidente dell'Ordine degli Psicologi della Campania). «Certi fenomeni di disagio - prosegue - andrebbero affrontati senza eccessivi allarmismi, sarebbe il caso di ricondurti alle normali difficoltà della vita. Se immediatamente definiamo un comportamento come patologico finiamo anche col fare immediato ricorso alla medicina».
Dunque una questione di approccio?
Si, per prima cosa dovremmo evitare di usare
delle etichette. Nel linguaggio comune si parla spesso di depressione in modo improprio. Cosi, tutto ciò che è disagio o malessere, inquietudine diventa comprensibile solo se viene appiattito su una psicopatologia».
Non crede che il fenomeno abbia ormai raggiunto dimensioni preoccupanti?
«La società di oggi e sicuramente più complessa e quindii anche il disagio diventa più articolato ma nell'età adolescenziale e quasi una situazione fisiologica. Diventa un problema quando non si trovano delle possibilità di risoluzione. E naturalmente in questi casi è bene ricorrere ad un aiuto specializzato».
Crede che i genitori abbiano rinunciato al proprio ruolo?
Non si può generalizzare, ma certamente devrebbero essere maggiormente in grado di ascoltare e comprendere le difficoltà dei ragazzi. Ma questo riguarda tutti gli adulti, non solo i genitori».
Dunque, il ricorso allo specialista può essere un modo per delegare?
«In un certo senso si. C'è un comportamento allarmistico. Si parte dall'idea che se un ragazzo esprime delle difficoltà allora è malato, e se è malato allora deve essere curato. Forse è questa esigenza di etichettare tutto che ha creato un aumento del disagio».
Esistono dei fattori di rischio?
«Non esiste una sola causa, si parla empre di una concatenazione di fattori. Questi fenomeni sono talmente complessi che non possono essere scomposti».
Tuttavia, sempre più spesso, i ragazzi arrivano a gesti estremi.
«In realtà anche qui si tratta di percezione. I suicidi in età adolescenziale, purtroppo, ci sono sempre stati, non credo che i ragazzi di oggi siano più fragili. Forse non trovano più genitori, o adulti, capaci di ascoltare».

Raffele Nespoli






- La psicoterapia e un'arte

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta

Secondo me, bisogna soprattutto tener conto del fatto che la psicoterapia e un'arte, un'arte popolare. La maggior parte degli elementi scientifici della formazione dello psicoterapeuta potrebbero essere eliminati senza rimpianti. Credo che siano tutte cose perfettamente inutili.
Mi riferisco in particolare al formalismo di alcune scuole di perfezionamento e specializzazione, che soprattutto in questi ultimi tempi badano più alla quantità che alla qualità, al fine di incrementare le proprie casse. Nella maggior parte dei casi ciò che viene insegnato pone in realtà l'accento su ciò che è pensato, in contrapposizione con il sentimento, l'intuizione, l'incontro con la realtà immediata.
Ci vogliono anni per liberarsi di tutta quella spazzatura.
Penso che il curriculum scolastico di alcuni psicoterapeuti oggi, li portino a pensare che il paziente è un caso clinico, e che va affrontato di conseguenza.
Come se avesse dei problemi di ordine medico, il che comporta il solito gioco medico-paziente. Alcuni psicoterapeuti hanno ricevuto una struttura concettuale che li porta ad una sorta di distacco negativo, che li conduce a pensare in termini di costrutti scientifici, in termini di soggetti anziché di persone.
Altri invece ricevono un tipo di addestramento che li porta ad assumere una posizione di eccessiva benevolenza, dalla quale forniscono graziosamente una voce a chi non ce l'ha, e si comportano come gran dame colpite dalla sindrome della benefattrice. Tutto quel che spesso viene insegnato non e solo inutile ma anche dannoso.

La mia idea è che il contesto ideale per la formazione dello psicoterapeuta porrebbe essere dato da piccoli gruppi basati sull'esperienza empirica, come fortunatamente è capitato a me, in cui il terapeuta dovrebbe fare il proprio apprendistato sotto la guida di diversi terapeuti esperti, che fanno da supervisori o da guru, favorendo il training direttamente con i pazienti. Così come la mia storia formativa mi ha insegnato, è essenziale che il terapeuta abbia fatto l'esperienza della terapia come paziente, che cioè non sia più emotivamente vergine. È essenziale che abbia assaporato di persona un po' delle sofferenze della vita, e che abbia affrontato i propri conflitti interiori. È l'unica cosa che possa infonderti quel minimo di rispetto per chi viene da te in cerca di aiuto.




- El Empleo (l'impiego)

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta


Ogni uomo è occupato a servire qualcuno. Ma è davvero solo questo il lavoro? Dove sta la passione, la realizzazione di sè stessi?

Questo video è triste, straziante come il protagonista che apparentemente ha tutti al suo servizio ma in realtà è anche lui parte di un sistema lavorativo malsano e senza senso.
Ma allora stiamo tutti sbagliando? Come dovrebbe essere un lavoro giusto? Facciamoci guidare dalle sagge parole di Confucio: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita”.
Diversamente non siamo niente, se non ingranaggi di una macchina che non funziona neppure troppo bene.




- Psicoterapeuta in terapia

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta
Pubblicato da in Video ·
Tags: psicologopsicoterapeutapsicoterapianapoliMassimilianoDeSomma

Sono psicoterapeuta, ma dato che ho dei problemi, vado per aiuto da un altro terapeuta.
La cosa non mi crea disagio, perché anche il mio terapeuta va da un altro terapeuta.
E il suo terapeuta va a sua volta da un altro terapeuta.
E il terapeuta del suo terapeuta viene da me.

(Harvey Mindess)




- Omologazione standardizzata

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta



Il sistema scolastico italiano




- È il paziente che deve definire la sua nozione di felicità

Psicoterapia Napoli: Dott. Massimiliano De Somma - Psicologo Psicoterapeuta


Come Psicoterapeuta mi vedo ancora come l'esperto. Cioè, mi sento impegnato a fare del mio meglio, in quanto persona che ha una preparazione e ha acquisito una certa autodisciplina, a essere utile al paziente, ad aiutarlo a essere più felice. Non sono un'autorità, però, ed è il paziente che deve definire la sua nozione di felicità. Io sono quello che si occupa della terapia, ma della sua vita si deve occupare lui. Lavoro con il paziente, certo, e arrivo a preoccuparmi del paziente, ma in realtà non mi preoccupo minimamente di quello che il paziente fa o non fa. Quello che il paziente fa, se nel corso della terapia cambia oppure no, non è indice del fatto che io stia facendo bene il mio lavoro. Personalmente rivolgo la mia attenzione a svolgere un lavoro impeccabile. Qualche volta accade che io faccia un ottimo lavoro, e che il paziente non cambi affatto. Qualche altra volta magari mi capita di non mettere nel lavoro tutto me stesso, e il paziente, trovandosi in una situazione particolarmente favorevole capisce al volo dove mi trovo, aggiunge parecchio del suo e compie grandi progressi, naturalmente dal suo punto di vista. Ho visto che per lavorare nel miglior modo possibile è necessario che riesca a liberarmi da qualsiasi ansietà riguardo ai risultati. In questo modo il cambiamento è anche dovuto a un maggiore rispetto per il paziente, a una minore arroganza da parte mia e a un maggiore distacco da ciò che sta avvenendo.




Torna ai contenuti | Torna al menu